
Ripropongo qui uno scambio di battute tra Emanuele Macaluso, Michele Salvati e Lanfranco Turci sulle sorti del PD, della sua identità culturale e del concetto stesso di Sinistra e Socialismo:
A)Salvati alla fine deluso dal suo Pd
Em.Ma. aprile 6, 2010
Deluso dal Pd di cui è stato ispiratore, Michele Salvati ha detto al Riformista: “Altro che partito nuovo. Purtroppo bisogna prendere atto che il Pd è un soggetto politico della prima Repubblica (magari!), la somma di due vecchie culture che non ha una minima idea di com’è cambiata la società”. E i giovani di quel partito sono già “vecchi”. Michele è uomo colto e disinteressato e francamente non si capisce perché ha pensato che il Pd, per come è nato, potesse avere un destino radioso. Modestamente, nel mio pamphlet Al Capolinea, pubblicato nel momento in cui quel partito nacque, avevo previsto l’esito di cui parla ora Salvati. E non certo perché sono più intelligente di lui, ma perché le mie analisi non partivano da uno schema astratto, da ciò che si riteneva necessario al centrosinistra, ma da un’analisi della realtà, di cosa erano Ds e Margherita nel momento in cui si mettevano insieme: non sempre, dicevo, quel che consideriamo necessario è anche possibile. E ora? Ripeto: non possiamo augurarci una crisi distruttiva del Pd. Cosa c’è dopo? Discutiamo senza rabbia e rancori il da farsi .
Emanuele Macaluso
B) La risposta di Salvati
Michele Salvati aprile 6, 2010
L’intervistatore del Riformista mi ha trovato in un momento di sconforto, dovuto ad una riunione deprimente con alcuni intelligenti e appassionati militanti di un circolo milanese: in sostanza, su tutte le principali riforme, da quelle cui sono interessati il Pdl e la Lega a quelle cui dovremmo essere interessati noi, questi bravi militanti non sanno quale sia la posizione del partito. Nei circoli, nei territori, regna la confusione: dov’è quella cosa che una volta si chiamava la “linea”? Perché dal centro non arrivano, sui temi di cui discutono i giornali (dal presidenzialismo alla giustizia, dal federalismo al welfare, dalla scuola alla riforma della pubblica amministrazione, dal Mezzogiorno alle piccole imprese, dall’economia all’ambiente…e via a seguire) dei materiali semplici, che illustrino con chiarezza quali sono le proposte del PD? Le domande sono retoriche perché le risposte sono note: tra i massimi dirigenti, tot capita, tot sententiae. E troppe risposte equivalgono a nessuna risposta. L’elezione ad ampia maggioranza di un nuovo segretario per ora non ha cambiato niente: la famigerata “linea” non c’è, c’è la cacofonia dei boss. E poi ci si meraviglia delle batoste, del fatto che il PD non è visto come un’alternativa?
Caro Emanuele, può benissimo essere che tu fossi realista ed io un illuso (anche tu avevi le tue illusioni: trasformare l’ex-Pci dei figiciotti in un moderno partito socialdemocratico). Ora il PD è un fatto compiuto ed è l’unica cosa organizzata (si fa per dire) che resta in campo riformista. Che cosa vogliamo farne? Con affetto e stima immutati.
Michele Salvati
C)Rispondendo a Salvati
Lanfranco Turci aprile 8, 2010
Caro Michele,
Tu sei uscito sconfortato dalla riunione dei bravi militanti milanesi frustrati perché da Roma non arriva la linea. Io invece sono sconfortato per il fatto che compagni del tuo valore e tanti altri con cui ho condiviso anni di battaglie politiche nella fase post-Pci(e anche prima)possano pensare che il problema del PD stia nel non saper scegliere,nel non sapere decidere,nel non riuscire a liberarsi della cacofonia dei boss. Eppure –continua il ragionamento sotteso-avremmo una enciclopedia di proposte già pronte(ricordate il programma elettorale di Veltroni?),basterebbe un partito che rispettasse le regole che si è dato,come dice il nostro amico Morando e avesse una leadership decisa a farsi valere. Ma non ti viene il dubbio che alla base della crisi del PD ci sia qualcosa di più profondo,quella mancanza di identità cui anche tu hai contribuito come padre nobile di quel partito?E con te certamente anche molti altri -nel mio piccolo e fino a un certo punto anche io-quando si è teorizzato la fine delle ideologie novecentesche e della aborrita socialdemocrazia?Salvo poi proporre come il verbo la versione liberal-liberista della sinistra à la Blair,l’accomodamento alle logiche della globalizzazione guidata dalla finanza e dalle dottrine del Washington consensus ,cui aggiungere la spalmatura in basso di quel tanto di grasso che ci si aspettava dovesse continuare a esserne prodotto a tempo indefinito?Una cultura politica che alla prova della crisi internazionale si dimostra incapace di capirne le cause e soprattutto incapace di interpretare le preoccupazioni,le paure e le aspirazioni dei ceti popolari e delle aree tradizionali della sinistra. Non è paradossale che nella riproposizione dell’alleanza fra meriti e bisogni avanzata ancora ieri da Morando emergano la spesa pubblica e la pressione fiscale come bersagli da colpire?O che tu nella bella relazione che hai tenuto recentemente a Cortona sul dover essere del Pd,arrivi alla “disperata”conclusione che sul piano macroeconomico le proposte della sinistra possano difficilmente distinguersi da quelle della destra,mentre sul piano micro dovrebbero essere ancora più impopolari?Non a caso nei giorni scorsi sul Corriere hai indicato le ragioni delle difficoltà del PD nella incapacità di liberarsi dai condizionamenti della sue alleanze sociali(il sindacato)e del suo insediamento elettorale(il pubblico impiego).Non male!Al PD manca solo questa ultima cura per arrivare direttamente al cimitero!Attenzione:non sto sostenendo che anche qui non occorrano innovazioni . Soprattutto ci vorrebbe un sindacato più deciso nel combattere il precariato,i bassi salari e il lavoro nero. Ma da qui dovrebbe partire tutto un altro discorso della sinistra che ritrovi nel lavoro e nella difesa dei ceti popolari le ragioni per riproporre su scala nazionale ed europea un’altra dinamica dello sviluppo. Non è un discorso facile. Sono temi che non siamo più abituati ad affrontare,vuoi che parliamo di politica della domanda,vuoi che parliamo di leve pubbliche di governo dello sviluppo. Sono questioni che puzzano di socialismo,di interventismo pubblico,di sindacati e di alleanze sociali mirate. Eppure io ritengo migliore la vecchia formula dell’alleanza fra classe operaia e ceti medi,aggiornata sociologicamente all’Italia di oggi,che la formula proposta da Morando(Europa 6 aprile)di un fronte indistinto degli innovatori:”i produttori di beni e servizi che sfidano la competizione globale-operai,tecnici,imp
renditori,professionisti ,ricercatori- che percepiscono la nostra politica come lontana soprattutto perché volta a difendere una spesa pubblica(e la conseguente pressione fiscale)che essi considerano… in larga misura improduttiva,al limite del parassitismo sociale e territoriale”.Se continuiamo a fare dello stato e della spesa pubblica un feticcio polemico,se continuiamo a considerare come decisivo il buon funzionamento del mercato secondo la vulgata,ma non la prassi,neoliberista,come possiamo chiedere un governo europeo dell’economia,come possiamo pretendere dalla Germania il rilancio della sua domanda interna per aiutare la crescita europea e evitare la disintegrazione dell’Europa? E come possiamo chiedere politiche fiscali comuni,non concorrenziali ,o politiche salariali e dei diritti sociali comuni o comunque convergenti verso livelli più civili ,pena la guerra fra poveri e l’ulteriore indebolimento del mondo del lavoro anche in Europa?E come possiamo opporci all’arroganza di una finanza internazionale che prima ha precipitato il mondo nella crisi e ora si oppone alla regolamentazione e ai tagli dei bonus?Posso sbagliare. A volte scherzando dico che comincio ad avere delle idee che mi preoccupano. Ma non credi, caro Michele,che di questo dovremmo discutere ,piuttosto che continuare col chiacchiericcio che domina nel PD anche dopo una sconfitta così grave?Un PD che trovo perfettamente descritto in un recente articolo di Marco Revelli:”inerte nel gioco incrociato dei notabilati interni….incapace di mobilitare passioni e di nobilitare interessi. Soprattutto esangue,privo di una propria corporeità sociale,di un proprio popolo,di una propria gente in nome della quale parlare e dalla quale essere riconosciuto”.
Lanfranco Turci
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