
L'avesse pronunciato in Italia, il discorso che Massimo D'Alema ha tenuto ieri sera alla London School of Economics sulla crisi e le nuove sfide della sinistra europea, qualcuno avrebbe maliziosamente pensato all'inveramento della celebre battuta morettiana: «D'Alema, di' una cosa di sinistra». E tra gli studenti italiani della scuola, che lo hanno invitato a tenere la public lecture introdotta da John Loyd, c'è chi lo ha pensato davvero, quando ha udito l'ex premier sbozzare il suo manifesto per la sinistra del Terzo millennio: «Non vorrei apparire troppo arcaico, ma vorrei dire che il primo grande problema per i progressisti è di rimettere con forza le radici nel popolo: a cominciare dalla capacità di riscoprire il conflitto sociale nelle sue forme moderne e di dare rappresentanza al mondo del lavoro e ai suoi interessi». Il ritorno a un impianto laburista della sinistra italiana non è certo inedito per il D'Alema degli ultimi due anni. Ma il richiamo all'attualità del «conflitto», sebbene nella «sue forme moderne», suona sul versante italiano come un ulteriore invito a spostare il Pd verso un impianto orgogliosamente old labour, come lo definirebbe la sinistra londinese che non ha alcuna nostalgia dell'era Blair, una base di rappresentanza che per il neopresidente del Copasir comprende «non soltanto il lavoro dell’operaio ma anche quello dell’artigiano e del piccolo imprenditore, penalizzati dallo sviluppo distorto degli ultimi quindici anni che ha avvantaggiato la rendita finanziaria e la speculazione».
Nostalgia del blairismo non ne porta nemmeno D'Alema, che rende atto alla cosiddetta Terza Via di aver prodotto innovazioni importanti e solide esperienze di governo, ma ne decreta il sostanziale fallimento, con annessa autocritica: «Vi sono stati partiti e leader che hanno cavalcato con entusiasmo il capitalismo globale. Tutti noi abbiamo – chi più chi meno – avvertito l’influenza di questa innovazione che ha avuto la sua origine soprattutto nel New Labour. Certamente questo ci ha aiutato ad assicurare ai socialisti ancora una stagione di governo. In più credo che ciò abbia rappresentato una reale e necessaria modernizzazione della nostra cultura. Tuttavia non siamo riusciti a porre rimedio alle diseguaglianze sociali crescenti generate dallo sviluppo senza regole del capitalismo globale e siamo apparsi sostanzialmente nel solco di una cultura neoliberale e quindi coinvolti anche noi tra le forze responsabili della crisi di oggi». Il che, secondo l'ex premier, è una delle ragioni per cui in quasi tutta Europa è la destra, specie quella più dura e xenofoba, a intercettare il malcontento e non, come sarebbe stato logico in altre stagioni, il fronte progressista. D'Alema si compiace però per il declino «dell’oligarchia finanziaria dominante»: «Tramonta - dice - l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista». Rilancia il tema dell'uguaglianza, come parola chiave del futuro della sinistra («In questi anni abbiamo avuto un certo pudore, forse anche perché condizionati dal ricordo dell’egualitarismo livellatore del socialismo burocratico»). Non risparmia una stoccata all'amico-nemico Giulio Tremonti: «Ha recentemente detto, parlando alla scuola del Partito Comunista cinese, che la crisi ha segnato la fine dell’età coloniale. Forse egli intendeva anche compiacere i suoi ascoltatori. La fine dell’età coloniale era già cominciata da almeno un secolo». Cita il lavoro di due ricercatori inglesi Richard Wilkinson e Kate Pickett (autori diThe spirit level), divenuti i nuovi guru del dibattito contro la dittatura del Pil, «hanno dimostrato - sostiene - come oltre una soglia di reddito non c’è proporzione tra crescita della ricchezza e miglioramento della qualità media della vita delle persone». Quindi chiude con una citazione kennediana: «Disse JFK nel luglio del 1960: “oggi il nostro impegno deve essere rivolto al futuro perché il mondo sta cambiando. La vecchia epoca è finita. Le vecchie strade non ci sono più”». Un tocco vintage, ma mai quanto quello col quale D'Alema si concede pure un rimando alle primissime pagine dell'album di famiglia, quelle marxiane: «È il lavoro - dice - che produce la ricchezza e il valore, come scrivevano i nostri classici».
Stefano Cappellini
Tratto da Il Riformista [1] del 23 febbraio 2010
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