sabato 13 marzo 2010

Per un nuovo socialismo di Carlo Rosselli


1. L’ideologia
Nel precedente capitolo (La lotta per la libertà ndr) abbiamo per sommi capi delineata quella che dovrebbe essere l’impostazione della battaglia antifascista da parte di un socialismo penetrato da una più alta esigenza di moralità e di libertà. In questo cercheremo di stabilire qualche punto di orientamento per il movimento socialista di domani.
La questione è tutt’altro che bizantina. Il domani vaticinato può non essere lontano e giungerà comunque improvviso; e la storia non ammette previsioni e dilazioni. Se i problemi della ripresa socialista non verranno sin d’ora virilmente affrontati, il movimento socialista correrà il rischio, come dopo la guerra, di restar travolto dal ciclone demagogico improvvisatore.
Ma prima ancora di scendere all’esame di codesti problemi, è utile chiedersi quale carattere assumerà questo ritorno alla vita del socialismo. Ripresa pura e semplice nei solchi tradizionali, oppure fresca e originale rinascita?
Coloro che la vita intera spesero sempre nel movimento non si rendono conto della gravità della crisi che stiamo attraversando e si illudono che nulla di sostanziale sia mutato. Consapevoli della profonda penetrazione operata dal socialismo in Italia, e dei vasti residui sentimentali che sono nelle masse, non vedono soluzione di continuità. Pare loro che i problemi di ieri saranno ancora quelli di domani, che la continuità, assicurata dalle loro persone, sarà confermata dalle cose …
A questa conclusione sono tratti dalla stessa considerazione del fenomeno fascista – che definiscono parentesi irrazionale dovuta a fattori estrinseci e superficiali – e da una vena scettica e fatalistica. Ciò che è avvenuto, essi dicono, doveva avvenire. Il movimento socialista è stato quello che è stato non per volontà di uomini, ma per forza di cose e di imperscrutabili eventi. Le “cose” non si processano. Se lungo il suo glorioso cammino il socialismo ha subito questo brusco colpo d’arresto, ciò non significa che lo si potesse evitare o che i socialisti ne portino la colpa. E’ l’alterna vicenda della lotta tra proletariato e borghesia. Se la reazione ha vinto non è per gli errori commessi dai suoi avversari, ma per gli immensi progressi compiuti e consolidati; progressi che han determinato la reazione con la stessa fatalità con cui la condensazione atmosferica determina la pioggia. Nulla perciò di sostanziale da rivedere. Attendere, sperare e riprendere coraggiosamente il cammino a via di nuovo aperta. Il fascismo non è che un episodio. I vinti di oggi saranno i vittoriosi di domani.
Non così la pensa la nuova generazione. I giovani non amano le comode autoassoluzioni col ricorso ad un determinismo a posteriori. Essi pretendono un virile esame delle cause della sconfitta, un serio processo di revisione e di autocritica. Credenti nel ruolo della volontà umana nella storia, non son disposti ad attribuire la sconfitta alla inimicizia degli dei o al ritmo delle forze produttive. Essi sentono chiaramente che il fascismo è ormai una esperienza che lascerà il suo solco nella vita italiana; non può trattarsi alla stregua di un mero accidente o di una semplice parentesi sospensiva. Combatterlo non significa annullarlo. Anzi, tanto meglio lo si combatte e lo si supera, quanto meglio lo si è compreso. Comprendere è superare. Il fascismo è quasi del tutto sfornito di valori costruttivi; ma ha un valore di esperienza, di rivelazione degli italiani agli italiani, che non può trascurarsi. Pur non risolvendoli o risolvendoli male, il fascismo inoltre ha sollevato problemi che non si possono ignorare. Il problema dei rapporti tra socialismo e nazione, il problema del governo in regime di democrazia, il problema dell’autonomia politica, si porranno, a fascismo caduto, con una intensità e uno stile affatto nuovi.
Ma più ancora che l’esperienza fascista – tremendamente negativa, ma pur sempre incisiva – il deciso rinnovamento sarà imposto al movimento socialista dall’esistenza delle nuove generazioni con le quali sarà necessario prepararsi a fare i conti. Lo stesso prolungarsi del fenomeno fascista – che vieta sotto qualsiasi forma un allacciamento al passato – e le fondamentali esperienze della guerra e dopoguerra, hanno creato nei giovani una mentalità nuova e un penoso distacco cogli elementi della nuova generazione. Questo distacco è di tutti i tempi e di tutti i luoghi; ma la guerra lo ha reso in Europa più acuto; e in Italia – per le ragioni accennate nel capitolo sul socialismo italico – addirittura drammatico. (Per chi alla guerra partecipò nel fiore degli anni, o nella sua arroventata atmosfera si formò, la guerra è il tragico punto di partenza , la cresima, la impronta indelebile. Per noi, innanzi il ’14, non v’è storia vissuta, ma solo storia appresa sui libri, che non suscita in noi echi profondi. Per i nostri vecchi, invece – tolto qualche raro spirito eternamente giovane – il fulcro della loro vita utilmente vissuta è tutto compreso nel venticinquennio 1890-1915. dopo vengono le tenebre. La violenta negazione successiva, culminata nel fascismo, si presenta necessariamente come un’offesa recata al meglio di loro stessi e all’opera tenace e paziente in cui cercarono di estrinsecarsi. Il domani si presenta loro non come lo sboccare fremente verso un avvenire ricolmo di azzardo e di ignoto, ma come un ritorno, dopo tanto deviare, alle esperienze della loro giovinezza. Il loro sguardo accorato si volge così nostalgicamente a un passato che non può tornare e che è fatalmente muto pei giovani. La rottura è stata troppo brusca. Il cozzo delle mentalità vieta ogni stretto rapporto. Vecchi e giovani socialisti possono amarsi, stimarsi, lavorare assieme; ma non si comprendono più. E’ fatale che non si comprendano più. Parlano due lingue diverse. In questo stato d’animo dei giovani c’è probabilmente anche molta ingiustizia verso la vecchia generazione; e quando verrà il tempo di fare la storia, la correzione di imporrà e l’allacciamento per qualche via si compierà. Ma per intanto non è male che li assista questa aspra volontà di rinnovamento e di purificazione; la fede – fosse pure illusoria – di fare per l’avvenire meglio di quel che si fece per il passato, ricavando dalla dura lezione di questi anni tutto l’insegnamento ch’essa contiene).
Definiamoci dunque in funzione dell’avvenire.
Il problema ideologico. Sul problema ideologico abbiamo già detto nel capitolo sul socialismo liberale, perché occorra qui ripetersi. Il socialismo europeo si avvia decisamente verso una concezione e una pratica laburista liberale e verso responsabilità di governo. In Italia seguirà altrettanto. E’ desiderabile che questo movimento sia consapevole, cioè preveduto e voluto, e non appaia dettato dalle circostanze; e si accompagni ad un serio sforzo di rinnovamento ideologico. Il marxismo non può più aspirare a conservare il ruolo che ebbe per il passato. Se continuasse ad esercitarlo ciò avverrebbe per pigrizia e insincerità. Nessuno, più, tra i capi socialisti, aderisce intimamente al marxismo; o, se vi aderisce, lo fa con tali riserve e distinzioni da togliergli gran parte del valore pedagogico e normativo. Queste cose vanno dette, alte e forti, senza tema di provocare disincantamenti. E chi non si sente di dirle tolleri in buona pace che altri le dica, senza per questo espellerlo dal socialismo. Bisogna farla finita coll’assurdo timore reverenziale verso tutto ciò che si riferisce a Marx. Dissociare – o per lo meno concedere che si possa dissociare – socialismo e marxismo, riconoscendo nel marxismo una delle molteplici transeunti teorizzazioni del moto socialista; di un moto che si afferma spontaneamente e indipendentemente da ogni teoria, e che riposa su motivi e bisogni elementari dell’uomo.
Tocco un punto che reputo fondamentale. Si parla di libertà, ci si batte per la libertà. Ma la prima libertà che occorre instaurare è quella all’interno del movimento, rompendo le incrostazioni dogmatiche e i grotteschi monopoli. Il moto socialista deve avere la coerenza di applicare prima di tutto a se stesso le regole ideali che lo ispirano nella riforma della società tutta quanta. La disciplina è propria dell’azione, ma guai a imporla nel dominio delle idee e delle ideologie. La pretesa di voler imporre, attraverso il partito, un abito intellettuale a serie, è quanto di più mortificante e pericoloso si possa immaginare. Ho già avuto occasione di dire quale gelo, quale paralisi avesse arrecato al partito socialista italiano il monopolio marxista. Questo monopolio – sì d’accordo, sovente più formale e fraseologico che sostanziale, perché i più restano, in fatto di marxismo, al di là del bene e del male – ha bisogno urgente di essere spezzato, per favorire il più libero estrinsecarsi di tutte le correnti onde si è alimentato per il passato il gran moto di emancipazione sociale. Tra i socialisti italiani si sono andate perpetuando divisioni e incomprensioni che non hanno più ragione di esistere quando l’adesione ai principi marxistici non sia più considerata come testo di fede, e quando accanto alla concezione tradizionale del socialismo si ammetta la vitalità o per lo meno la utilità di altre correnti particolarmente sensibili ai problemi morali (socialisti mazziniani, etici, cristiani), o ai problemi di autonomia e di forma politica (repubblicani, autonomisti), o ai problemi di libertà e di dignità individuale (socialisti liberali e non pochi sedicenti socialisti anarchici), ecc.ecc. Negli ultimi trent’anni il movimento socialista italiano si è come cristallizzato e ha perduto progressivamente ogni virtù di assorbimento e di interna ricomposizione. Esso si è ritagliato una fetta, certo cospicua, nel panorama sociale italiano; ma ha finito per accontentarsi di lavorare su quella, rinunziando implicitamente ad estendere la propria influenza e a rinnovarsi; e ha così favorito singolarmente il trionfo di altri movimenti, come tipicamente quello democratico cristiano, o ha allontanato da sé ogni fervore di vita culturale. Un movimento socialista italiano che sapesse imporsi la fatica di una profonda revisione di valori, son certo riuscirebbe a convogliare seco – nonostante le diversità di origine – tutte le forze giovani che aderiscono e ancor più aderiranno, in una Italia libera alfine, alla causa dei lavoratori; e a determinare nello stesso suo seno un impetuoso rigoglio di vita e di discussioni, necessità ineliminabile dei giovani che, entrando nel mondo delle idee, hanno il dovere di fare i conti coi problemi del loro tempo.
Il discorso sulla necessità di un rinnovamento ideologico e di un maggiore liberalismo all’interno del movimento, si allarga a tutto quanto il problema della cultura. I socialisti in genere, e quelli italiani in particolare, sono terribilmente in ritardo in fatto di cultura; in ritardo – intendo – sulle posizioni in cui trovasi il meglio della nuova generazione. Ciò deriva in parte dalla pesantezza dei movimenti di massa, assai conservatori in fatto d’ideologia e di cultura; ma in parte, in somma parte – almeno in Italia – dall’attaccamento feticistico alle posizioni del materialismo positivista che contrassegnava la élite socialista trent’anni fa. Essa ha sempre violentemente combattuto ogni deviazione dal socialismo ateo, materialista, positivista; e ha dispregiato come borghesi tutte le correnti giovanili che non aderivano allo schema abituale. Nel suo misoneismo c’era, in verità, oltre a una notevole incomprensione, una discreta dose di presunzione. Perché essa non solo non aveva innovato, al tempo della sua formazione, le posizioni culturali della borghesia tutte dominate dai pontefici positivisti; ma le aveva anzi abbracciate entusiasticamente, seguendo a molti decenni di distanza l’esempio di quelle correnti democratiche borghesi che si accingeva a soppiantare in sede politica. Non avrebbe quindi dovuto meravigliarsi che le nuove couches giovanili socialiste evolvessero in rapporto ai tempi. Ma no, Si trasportò in sede culturale lo stesso abito dogmatico che si portava in politica, e si pretese d’esser giunti in filosofia a verità assolute, definitive, senza possibilità di ritorni e di contraddizioni. La dialettica, tanto celebrata nel moto sociale, si negò nel mondo delle idee, o vi si rimbalzò in una forma meccanica. Il socialista doveva essere e non poteva che essere, positivista! L’idealismo e lo spiritualismo erano degenerazioni “borghesi”!
Ebbene, bisogna che i socialisti, vecchi e nuovi, si convincano che alcune posizioni dello spirito umano, per contraddittorie che siano, sono insuperabili, eterne come il pensiero, connaturate alla nostra intelligenza, e sfuggono a ogni qualsiasi rapporto di classe. Non è vero che il socialismo stia in una relazione necessaria con le filosofie materialiste e positiviste. E’ ridicolo pensare che verrà giorno in cui gli uomini, concordi sui massimi problemi della vita e dell’essere, abbatteranno religioni e metafisiche per vivere solo e sempre nel regno dell’esperienza sensibile. Quel giorno, che per fortuna non verrà mai, sarebbe un gran brutto giorno. Da che mondo è mondo, questa varietà, questo alternarsi, questo perenne procedere per contraddizioni e per sintesi, è sempre esistito, e non c’è uomo non volgare che non l’abbia provato in sé medesimo.
I socialisti troppo audacemente trasportano in sede culturale e spirituale la terminologia politica e le divisioni di classe. Altro frutto del determinismo marxista, altro grossolanissimo errore. La cultura non è borghese né proletaria; solo la non cultura è tale, o taluni aspetti estrinseci o secondari della vita culturale. Si possono avere dei riflessi di classe sull’arte, ma non un’arte di classe. La cultura di un’epoca, di una nazione, è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno economico della classe, per affermarsi come universale. E anche per quanto attiene a quegli aspetti estrinseci e secondari, a quei riflessi di classe nella cultura, ai socialisti si impone molta prudenza. Perché, è doloroso dirlo, in fatto di attaccamento alla tradizione, al costume, ai gusti, alla morale corrente, il proletario medio non si distingue dal borghese medio. Il proletariato, come tale, si è dimostrato sinora incapace di dar vita a seri movimenti rinnovatori nella sfera della cultura; esso non fa che seguire, a distanza di una o due generazioni, le mode letterarie, artistiche, filosofiche della borghesia colta. Per trovare dei movimenti o dei tentativi seriamente emancipatori nella sfera intellettuale, è piuttosto alle avanguardie di provenienza borghese che bisogna rivolgersi. Di provenienza borghese, non borghesi esse stesse; giacchè esse, meno di chiunque altro, aderiscono alla mentalità e ai pregiudizi propri della borghesia. Tanto è vero che è dal loro seno che proviene quasi tutta la élite socialista.
Il lungo discorso comporta una precisa conclusione. Questa: il movimento politico socialista deve adottare, per quanto si attiene all’indirizzo filosofico e culturale, un principio di larga intelligente tolleranza; se per il singolo è comprensibile, anzi doveroso, ogni sforzo per collegare teoria e pratica, pensiero azione, lo stesso proposito, riferito al movimento nel suo complesso, è un fatale errore. Guai a legare un moto dallo svolgimento secolare e dalla molteplicità insopprimibile dei motivi, a un dato credo filosofico. Guai a voler fissare, come altra volta si fece, una filosofia “ufficiale” del socialismo. Significa o far sorgere tanti socialismi quante sono le correnti o, ipotesi più verosimile, inceppare, inaridire, isolare il movimento. Significa non rendersi conto della straordinaria complessità e intensità di vita del mondo moderno, dove continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute incontrovertibili, dove neppure si concepiscono posizioni di riposo. Significa soprattutto dimenticare che l’onda del pensiero, della scuola, dei gusti culturali è assai più corta e frastagliata dell’onda del moto sociale e socialista; o che per lo meno l’una non coincide con l’altra. Le premesse da cui scaturisce il moto socialista sono così elementari ed universali da non implicare nessuno specifico e necessario rapporto con questa o quella filosofia. Una vera filosofia, appunto perché filosofia, potrà sempre giustificare, secondo i casi, e la conservazione e la rivoluzione e la restaurazione. Il caso Hegel prova per tutti.
La impossibilità, oltre che l’errore, di legare il grande moto socialista a un determinato indirizzo teoretico e, in particolar modo, all’indirizzo marxista, si rivela chiaramente attraverso l’analisi del socialismo contemporaneo. Esso non solo si va emancipando dalla servitù marxista, ma, col crescere in estensione e profondità, si viene colorando in modo diverso nei rispettivi ambienti nazionali. Anche i più ciechi credenti nell’internazionalismo assoluto della classe proletaria – tipico dei bohémiens e dei perseguitati, proprio di una fase romantica iniziale – sono costretti a riconoscere le sostanziali differenze tra i principali movimenti socialisti del mondo. Differenze che non si spiegano davvero col diverso grado di sviluppo economico dei vari paesi – secondo quanto vorrebbe il marxismo – ma col ricorso a complesse serie causali, la cui sintesi trovasi nella fisionomia delle singole collettività nazionali.
Di tutti i grandi movimenti socialisti, solo la socialdemocrazia austro-germanica si dichiara ancora formalmente aderente al marxismo, nonostante la netta correzione in senso democratico apportata dalla rivoluzione del 1918 e il diffondersi dell’eresia nel movimento giovanile.
La tradizione socialista francese – romantica, umanistica, libertaria – è sempre rimasta estranea all’influenza marxista. La conciliazione fallì sempre, anche nei più grandi, come Jaurès, che sol nell’impeto oratorio riuscì a superare il dualismo dei motivi. Nei socialisti francesi non si smarrirono mai il culto dell’individualità, la fede nella libera iniziativa operaia, la adesione alla realtà nazionale, il riconoscimento dei fattori morali, il rispetto per la piccola proprietà rurale e artigiana. Proudhon, Sorel, Jaurès, e non Lafargue e non Guesde, sono i legittimi rappresentanti della mentalità socialista francese.
Ancora più spiccata la originalità del socialismo britannico, decisamente antimarxista, antideologo, antilaico, insensibile o quasi alle lotte di tendenze, amante, per la mentalità empirica così tipica negli inglesi, dei problemi concreti. Il partito laburista – geniale sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della giustizia e del lavoro – pratica la lotta di classe, ma si è sempre rifiutato di elevarla a supremo canone tattico. Esso mira alla riforma graduale e pacifica della società tutta quanta, senza tragiche opposizioni e soluzioni di continuità. Non intende il socialismo britannico e il fiasco che vi hanno incontrato tutte le correnti a tipo continentale – da Rousseau a Lenin – chi non ponga mente, oltre all’insularità, al cemento religioso che lega tutti i britanni. L’interesse che tutti portano ai problemi dello spirito favorisce la mutua comprensione e tolleranza, e delimita strettamente la divisione e l’urto di classe nella sfera materiale, ammortizzandola. La Camera dei Comuni vede spezzarsi i partiti e ricomporsene dei nuovi, indipendenti dal criterio economico, non appena debba discutere di questioni religiose …
I socialisti italiani – parlo specialmente dei leaders politici – nel loro zelo internazionalistico e nella loro pedissequa accettazione dei canoni marxistici (il marxismo ignora le frontiere e conosce solo la classe), hanno invece troppo spesso forzate le caratteristiche inconfondibili dell’ambiente e della storia italiana. (La sia pur scarna tradizione socialista italiana [Pisacane, Cafiero, Ferrari, Mazzini] fu quasi del tutto trascurata. Se non fosse per il movimento sindacale e cooperativo che viene arricchendosi, specie nelle campagne, di magnifiche originali esperienze, bisognerebbe quasi negare al socialismo politico italiano ogni seria aderenza alla vita italiana).
Il socialismo italiano dovrà in avvenire preoccuparsi assai di più degli specifici problemi nazionali, rompendo l’assurdo monopolio patriottardo dei partiti cosiddetti nazionali. Nel progressivo specificarsi e individualizzarsi dei vari movimenti socialisti europei, non si deve scorgere il sintomo del fallimento dell’ideale universalistico del socialismo. Al contrario, vi si deve riconoscere il segno del trapasso dall’astratto al reale, un momento fondamentale ed ineliminabile nel cammino ascensionale delle masse, le quali non sono in grado di passare di colpo dallo spirito di categoria e di campanile, alla comprensione piena e vissuta di una solidarietà mondiale. La comunità dei popoli postula i popoli come entità a sé stanti, coi loro originali motivi di sviluppo: solo una sintesi organica delle varie comunità nazionali porterà un giorno alla federazione delle nazioni. Tutto il resto è utopia. La negazione iniziale dei valori nazionali da parte dei precursori socialisti fu la naturale reazione allo stato di profonda inferiorità e oppressione fatta alle masse. Il loro internazionalismo fu soprattutto polemico e non costruttivo. La classe lavoratrice, accostumata a vedere nello Stato lo strumento di una oppressione di classe, coinvolse fatalmente nella condanna e nell’odio anche quella patria che è invece espressione simbolica di una comunanza innegabile di storia e di destino. Oggi che le masse, nei paesi più progrediti, si vedono riconosciuta piena parità di diritti politici, e sono venute in possesso di mezzi potentissimi per permeare di sé, dei propri bisogni materiali e ideali, lo Stato; oggi il vieto internazionalismo che nega o rinnega la patria è un controsenso, un errore, una delle tante palle di piombo che il feticcio marxista ha appeso al piede dei partiti socialisti. La guerra ha dimostrato di quale forza il mito nazionale sia dotato. Popoli nolenti sono stati lanciati contro popoli nolenti in una guerra atroce durata degli anni, senza che nei paesi democraticamente organizzati si sia verificato un solo serio tentativo di ribellione. E più che il mito vale troppo spesso il pregiudizio nazionale. Basta una partita di foot-ball o uno scontro pugilistico, ahimè, per dimostrare quanto può sulle masse, anche le più disincantate, l’istinto patriottardo. Esse si trovano in una fase ancora primitiva e pericolosissima di patriottismo che le rende facili prede d’ogni avventura che si ammanti del falso orpello dell’onore nazionale et similia. Se i socialisti, pur di combattere queste forme primitive o degenerate o interessate di attaccamento al paese, si ostineranno a ignorare i valori più alti della vita nazionale, non faranno che facilitare il giuoco delle altre correnti che sullo sfruttamento del mito nazionale basano le loro fortune.

2. La pratica
Il socialismo italiano ha bisogno – che dico? – necessità estrema di un bagno di realismo, di una più intima presa di contatto col paese, rinunziando alla mediazione per troppi lati deformatrice dello schema marxista. Indubbiamente la teoria materialistica della storia rese inizialmente preziosi servigi col reagire alle considerazioni troppo formalistiche e unilaterali del processo storico; ma esaurito il suo compito critico, e costretta a servire troppo pedissequamente una tesi preconcetta, finì per condurre a sua volta ad esagerazioni funeste.
Assai più spesso che non si creda il realismo dei marxisti è un falso realismo. Esso inganna sul peso delle varie forze in giuoco, sui loro rapporti relativi e soprattutto sullo svolgimento storico cui assegna un tema e uno sbocco fissi. Il socialismo marxista ha superato l’utopismo nel fine, rinunciando ai piani di società perfette: ma lo ha trasportato nello svolgimento. Lo svolgimento deve essere sempre necessariamente verso forme di economia collettiva, attraverso una esasperazione progressiva dei contrasti di classe. Variazioni sostanziali nel programma non se ne contempla o, se si verificano, tutto lo sforzo è diretto a svalutarle riducendole al rango d’eccezione. La storia è un gigantesco dramma a tesi, a ruoli obbligati. L’attenzione del socialista marxista è sempre polarizzata sui problemi del capitalismo industriale. Le uniche forme veramente legittime di produzione sono quelle sono quelle della grande industria razionalizzata e della grande agricoltura razionalizzata. L’unica categoria lavoratrice all’altezza dei tempi è il salariato. Popolo e salariato sono sinonimi nel pensiero marxista. Le altre forme di produzione e le altre categorie lavoratrici sono forme e categorie anfibie, transitorie, retaggio di un mondo economico destinato a scomparire rapidamente; il marxista le considera già sin d’ora come acquisite, assorbite dal grande capitalismo e dall’esercito proletario. Solo il salariato dell’industria è il degno milite della battaglia socialista, perché egli solo può assurgere a una perfetta coscienza di classe e dei suoi compiti rivoluzionari. Il grado del progresso è fornito dal grado di proletarizzazione.
Da questa visione pregiudiziale e sommaria della evoluzione economica sorgono gravi inconvenienti per il moto socialista, specie in paesi agrario-industriali a lenta trasformazione economica, come tipicamente l’Italia. Il più grave è l’incapacità di darsi un programma costruttivo in questa fase cosiddetta di trapasso, che pure chiede anch’essa di essere vissuta in tutta la sua pienezza. Quel che sorridendo si dice dei grandi pensatori negati ai piccoli problemi della vita d’ogni giorno, si può ripetere per il socialista marxista: abituato a commerciare con le “categorie economiche”, i “modi di produzione”, il “capitalismo” e il “socialismo” non riesce più a comprendere i meschini, ma pur vitali problemi concreti che gli presenta la pratica; e in particolar modo i problemi che si riferiscono alla piccola industria, piccola proprietà agraria, mezzadria, artigianato, fittanza.
E’ un nuovo aspetto del suo il liberalismo, questa volta diretto non più contro le ideologie, am contro le cose; e non è certo l’ultima causa della rapida fortuna che riuscirono ad avere in Italia altri movimenti politici – come ad esempio il cristiano-sociale – assai meno legati a rigide formule aprioristiche.
Sombart ha posto in luce l’errore di coloro che prevedono nel futuro l’esclusivo dominio di un unico sistema economico. Tutta l’esperienza dela passato e la natura stessa della evoluzione economica vi contrasta. Nel corso della storia il numero delle forze economiche simultaneamente viventi è andato costantemente aumentando, anche se si è modificata la posizione rispettiva. Sombart prevede che nell’avvenire coesisteranno, accanto a economie di tipo capitalistico, economie cooperative, collettiviste, individuali, artigiane, e la piccola proprietà rurale. Egli pensa – e qui si può discutere – che il capitalismo dominerà ancora a lungo importanti rami della vita economica, specie quelli che ancora si trovano in uno stadio di rivoluzione tecnica, e quelli che sono rivolti alla fabbricazione di prodotti complicati. Ma egli per primo prevede notevoli modificazioni. E’ probabile che il capitalismo debba rinunciare alla sua egemonia, sottomettendosi sempre più a limitazioni e interventi da parte dei pubblici poteri; mentre si andranno estendendo le forme di economia regolata, nelle quali il principio del soddisfacimento del bisogno prevale sul principio del lucro. Queste grandi imprese non dominate dai capitalisti si affermeranno soprattutto là dove il bisogno è stabilizzato, la tecnica della fabbricazione è uscita dallo stadio rivoluzionario iniziale, e quindi la vendita e la produzione si aggirano su vie ben note; onde sempre più superfluo diviene lo spirito d’iniziativa.
Questa concezione così variegata della vita economica del prossimo avvenire, è assai meno brillante di quella di Marx, ma è assai più rispondente alle linee su cui si sviluppa effettivamente la realtà attuale. Si potrà discutere sulla rapidità della evoluzione, sul peso delle forme rispettive, e sul grado dell’intervento; ma non sui fenomeni in sé. I socialisti che vogliono incidere sul serio la realtà del loro tempo e influire su questa evoluzione, non possono continuare a isterilirsi in una critica a priori lineare, contrapponendo alla evoluzione di fatto una evoluzione ideale che in nessun luogo, Russia compresa, si realizza. La ignoranza, voluta o non voluta, dei fatti può ammettersi ancora per coloro che credono a una rivoluzione prossima di tutto intero l’ordinamento produttivo: non per coloro che hanno una visione organica dello sviluppo, e per coloro cui spettano ormai responsabilità positive.
Questo ragionamento, dicevamo, si applica particolarmente all’Italia. Se v’è un paese in cui le formule facili ed univoche si spuntano contro la insormontabile varietà dei climi, delle culture, delle forme e delle forze economiche, questo paese è l’Italia, madre di almeno due Italie: di un’Italia moderna, cittadina, industriale, e di un’Italia antica e rurale, ancora straniata alla civiltà occidentale, dalle masse ancor vergini e serve, che vive fuori, ostinatamente fuori da quelle condizioni di esistenza che sono premessa indispensabile per il sorgere e l’affermarsi di un solido movimento socialista a carattere marxista. Anche a prescindere da ogni intrinseca valutazione del marxismo, è indubbio che esso si presta a fornire la base solo a un movimento politico che faccia perno sulle categorie operaie della grande e media industria e su una parte del bracciantato rurale. Cioè, per tornare all’Italia, a un movimento politico che per lungo tempo ancora interesserà solo una frazione, una minoranza della classe lavoratrice italiana, per di più concentrata in un terzo del territorio. Secondo i dati del censimento del ’21, tuttora valevoli, risulta: a) che il 56% della popolazione classificata come lavoratrice, era addetta all’agricoltura, e solo il 33% all’industria e commercio; b) che più della metà degli occupati nell’agricoltura costituiscono l’esercito imponente dei piccoli proprietari, fittavoli e mezzadri; c) che almeno un terzo degli occupati nell’industria e commercio sono proprietari, conduttori o gerenti – proporzione altissima, che attesta le piccole dimensioni della maggior parte delle industrie; d) che la trasformazione dell’Italia da paese prevalentemente agricolo in paese agricolo industriale si è svolta senza sensibile aumento della quota della popolazione occupata nell’industria e nei commerci (227/000 nel 1882, 219/000 nel 1901, 200-210/000 attualmente).
Risulta cioè che, sulla base del programma e della tattica marxista, non si conquista una maggioranza in Italia. O rassegnarsi allo stato di minorità per un numero indefinito di anni e fors’anco di generazioni, o invocare la dittatura. I comunisti italiani, attaccati alla lettera del marxismo, sono logici al pari dei russi nel reclamare la dittatura dell’avanguardia del proletariato e la fine della libertà. Dove sono meno logici è quando pretendono di dare ad intendere che la loro dittatura risponda all’interesse di tutta la classe lavoratrice. Il mito socializzatore e il fato proletarizzatore non sorridono infatti a due terzi dei concreti lavoratori italiani. In questi settori l’appello comunista, e anche il socialista vieux style è fatale che risuoni a vuoto, salvo per periodi di crisi e di orgasmo. Soprattutto in materia agraria i socialisti marxisti non sono mai riusciti ad interpretare le aspirazioni profonde della gran massa dei contadini italiani. Dominati da pregiudiziali politiche e da pregiudizi economici, essi finirono per infeudare tutto il movimento socialista agli interessi delle categorie operaie del Nord, sollevando le proteste vivacissime dei socialisti meridionali.
Ora i socialisti italiani debbono decidersi. Vogliono rimanere in eterno i rappresentanti specifici di una frazione del proletariato italiano, attendendo buddisticamente che l’evoluzione economica trasformi l’Italia in una Germania o in un’Inghilterra con l’80% dei salariati industriali? Oppure vogliono mettersi in grado sin da ora, con un programma adeguato e realistico, di cattivarsi la fiducia di tutti, o per lo meno di una grande maggioranza dei concreti lavoratori italiani, onde attuare finalmente loro stessi una politica decisamente favorevole agli interessi del lavoro, della pace e della libertà? Se essi tengono più ai programmi che ai fatti, ai fini astratti che al moto, alle promesse mitiche che alle realizzazioni, non hanno che da proseguire per la vecchia strada: stiano pur certi che l’ora delle responsabilità positive di governo non suonerà mai per loro, o, almeno, per il partito. Anche se saliranno al governo sarà più per compiervi opera negativa che costruttiva, più per controllare e prevenire che fare; e, senza volerlo, finiranno al rimorchio dei gruppi borghesi progressisti, non legati da formule rigide e da pregiudiziali estemporanee. In ogni caso essi tradiranno per questa via la loro più vera missione: perché il movimento socialista deve, per definizione, investirsi degli interessi e dei problemi della intera classe lavoratrice e non di una frazione, grande o piccola che sia. Se viceversa sentono che anch’essi non potranno sottrarsi nel vicino domani a quella che è ormai una necessità per tutti i partiti socialisti del mondo – vale a dire la responsabilità del potere – si preparino sin d’ora ad una profonda revisione del loro programma, della loro tattica, della struttura stessa del movimento, in guisa da crearsi la possibilità di conquistare una salda maggioranza. Col dir ciò non si chiede ai socialisti di rinunziare ai loro ideali, di gettare tra i ferrivecchi della propaganda il sogno di una società regolata su un principio di giustizia e di libertà. Tutt’altro. Si chiede anzi di non compromettere la possibilità di reali progressi in quel senso con l’attaccamento morboso a formule, a programmi, a metodi superati; si chiede insomma di mettersi al passo con la realtà economica e psicologica del loro paese, di non baloccarsi coi sogni delle apocalittiche trasformazioni e di non contare su improvvise quanto inconcepibili conversioni di masse. Sostituire al vecchio programma marxista un programma anche dal lato finalistico più ampio, meno storicamente e socialmente condizionato, che facendo appello a motivi e ideali universali sia capace di avvincere non questa o quella frazione di lavoratori, ma tutti indistintamente i lavoratori italiani.
Al mutamento del programma dovrà corrispondere un mutamento nelle forme organizzative. L’antico dualismo tra partito e movimento operaio non potrà prolungarsi. Quanto più si porranno al primo piano i problemi del moto, e tanto più dovrà farsi sentire il peso anche politico delle organizzazioni operaie. La democrazia operaia vive nei sindacati, non nel partito: il partito tende sempre in una certa misura alla dittatura in nome di una ideologia e di fini lontani che si vogliono imporre non per loro concordanza col sentimento dei più, ma per la loro presunta bontà intrinseca. Io sono esplicitamente favorevole ad una riorganizzazione del movimento socialista su basi affini a quelle del partito del lavoro britannico: far centro cioè sul moto operaio, tendente per legge fisiologica all’unità ed efficacissimo smorzatore degli urti interni, specie se di origine ideologica; e accompagnar quello con una costellazione di gruppi politici, di associazioni culturali, di organismi cooperativi, mutualistici, ecc. Concepire cioè il partito di domani con uno spirito ben più largo e generoso di quel che ieri non fosse, come sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa del lavoro sulla base di un programma costruttivo di lavoro. Esso dovrebbe aver riguardo soprattutto ai compiti immediati, ai fini conseguibili in uno spazio ragionevolmente breve di anni. Un solo punto dovrebbe restar fermo: e cioè l’accettazione nel fatto (sui libri si sbizzarriscano pure i filosofi della storia) del metodo liberale di lotta politica. Qui non saprebbero ammettersi equivoci e contraddizioni. Non si può organizzare la rivoluzione e pretendere contemporaneamente dagli avversari che si rassegnino a una graduale penetrazione dello Stato sino alla pacifica conquista del potere.
Una organizzazione del movimento socialista italiano sulle linee più sopra accennate – riorganizzazione che vive già in potenza nella alleanza delle sinistre italiane nella lotta per la libertà e la repubblica del lavoro – contribuirebbe immensamente a risolvere quello che sarà il più delicato problema del domani postfascista: assicurare un saldo governo all’Italia. Non c’è dubbio che una delle cause del trionfo fascista fu dovuta alla degenerazione della vita parlamentare, alla impossibilità di raggruppare attorno ad un programma costruttivo un nucleo omogeneo di forze. I socialisti, che saranno inevitabilmente al centro del governo di domani, dovranno mettersi in grado di valorizzare con un programma realista e una organizzazione elastica i vasti consensi che certamente avranno in larghi strati della popolazione. Dico di più: il passaggio alle responsabilità di governo imporrà ai socialisti di attenuare il troppo rigido concetto di classe, incompatibile con un normale funzionamento delle istituzioni democratiche. I partiti, quando salgono al potere, non debbono governare per sé, ma per tutti, acquistando un valore di universalità. Sulla base di un programma di classe il socialismo in Italia né avrà una maggioranza, né avrà il potere. Esso dovrà prepararsi a dilatare il suo fronte a tutta quanta la classe lavoratrice, e a governare in nome di un valore – il lavoro – che a buon diritto può dirsi interessi tutti gli uomini, poiché tutti gli uomini, o quasi, concorrono, in un modo o nell’altro, all’opera di produzione.
Anche da questo punto di vista sarebbe augurabile il sorgere di una nuova formazione politica. Non essendo più legata formalmente al passato, essa sarebbe assai più sciolta da ogni obbligo di coerenza coi programmi e metodi antichi, e potrebbe più liberamente elaborare, sulla base delle straordinarie esperienze del quindicennio, un programma rinnovatore.


capitolo intitolato "Per un nuovo socialismo"
da Socialismo Liberale
di Carlo Rosselli (prima edizione, in francese, del 1930)

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